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Non è l’assenza che mi spaventa.
È il ritorno.
È quel modo in cui torni
con le mani piene di luce
dopo avermi lasciata al buio.
Tu vivi di scintille.
Io di radici.
Tu ami il rumore che copre i pensieri,
le notti che finiscono tardi,
le canzoni che urlano parole
che non riesco a sentire mie.
Io amo i pomeriggi lenti,
i parchi quasi vuoti,
la bellezza che non ha bisogno
di essere mostrata.
Non ti giudico.
Ti guardo.
E mentre ti guardo
mi accorgo che qualcosa in me
non corre più verso di te
come faceva prima.
Quando mi sfiori
il mio corpo trema —
non di gioia,
non solo.
Trema di memoria.
Ricorda quanto è stato facile
confondere un gesto
con una promessa.
Ricorda quanto è stato doloroso
aspettare
che diventassi ciò che non eri pronto a essere.
Non voglio più essere
la pausa tra le tue avventure,
la certezza morbida
quando il mondo ti stanca.
Voglio essere scelta
quando tutto è possibile,
non quando tutto è finito.
Forse non tornerò
la ragazza che ti credeva
senza misurare.
Forse ora ti guardo
con la lucidità
di chi ha amato tanto
e ha imparato a non perdersi.
E non è freddezza.
È sopravvivenza.
Perché l’amore non dovrebbe essere
un terremoto a intermittenza.
Dovrebbe essere casa.
E io, adesso,
sto scegliendo
di non vivere più
nelle scosse.